La Piolella

Davanti alla chiesa arcipretale Mico Tigna andava avanti e indietro con le mani dietro la schiena. L’età e gli acciacchi lo avevano ormai curvato in maniera vergognosa: uomo imponente, prima, ora era una grande C con la cediglia in alto, la testa. L’occipite, per potersi relazionare con gli altri, gli toccava le spine delle vertebre dorsali e la magrezza era così pronunciata che potevi contare i battiti del cuore guardando la carotide al collo, ricurvato all’indietro. Un dente non glielo avresti trovato in bocca e l’evidente avvicinamento della mandibola alla mascella provocava un impastamento esuberante delle labbra.
E in testa manco un accenno di peluria! Per questo si era guadagnato sin da giovane il nomignolo di Mico Tigna.
Quando mi vide – ne ebbi netta l’impressione – entrò in agitazione: rizzò il collo come un serpente e fece ogni sforzo per drizzare la schiena e farsi notare.
Io non aspettai che mi chiamasse. Capii e mi avvicinai. Ci stringemmo la mano.
“Come state, Micuzzo?”
“Come stanno i vecchi, i vecchi come me!”
Un sorriso sgangherato si disegnò sulle labbra e lo costrinse ad aprire la bocca che si fece esplorare fin dove era possibile arrivare con lo sguardo: non un dente! ed una lingua sottile e rosea che volteggiava in uno spazio sconfinato.
“E voi come state? Adesso siete a Messina a studiare da dottore, eh!”
Annuii mentre mi preparavo a salutarlo.
Micuzzo capì e, prima che io avessi avuto il tempo di tendergli la mano, mi prese per il braccio e mi invitò a camminare per fare i soliti quattro passi lungo la provinciale. Aggiustai il mio incedere per uniformalo al suo e, quindi, ci incamminammo verso Luverna.
Luverna non è un luogo preciso. E’ una indicazione generica del versante di montagna che guarda ad oriente e che sta subito dopo il cimitero del paese.
Il cimitero, poi, è un luogo unico al mondo: approssimativamente è una piramide di roccia a tre lati sul vertice della quale, più per la paura che per pietà, nei tempi che furono, gli abitanti relegarono gli scampoli terreni dei morti.
Un tempo vi si arrivava attraverso due viottoli: uno pressoché impraticabile, anche ora, che parte dall’ultima casa del paese e nella quale abitava Mico Tigna, e l’altro che si inerpica da Petra e che ora è divenuto a stento percorribile anche dalle vetture delle pompe funebri, passando per il rione La Croce.
La strada per Luverna passa ai piedi della faccia della piramide che guarda per l’appunto ad oriente. Quando dopo poco vi arrivammo, Micuzzo senti il bisogno di sedersi sul parapetto della strada e, ripresomi per il braccio, mi disse: “ Vi devo parlare! Vi devo parlare di una cosa apparentemente ridicola ed incredibile ma tanto tanto vera; e solo a voi posso confidarla senza correre il rischio di diventare lo zimbello del mondo intero. E, poi, solo a voi posso lasciare questa eredità. Voi solo potete capire.”
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Avevo promesso a Micuzzo che in una notte di luna piena sarei andato a casa sua perché mi facesse assistere ad uno spettacolo straordinario e, quella notte, così feci. Risalii a piedi il budello che da Santa Maria porta fino ai piedi del cocuzzolo in cima al quale sta il cimitero.
Era estate piena. La luna era allo Zenit. La vallata brillava di luce; le viuzze del rione La Croce erano illuminate a giorno. L’ora era tarda, quasi vicina alla mezzanotte. Si sentivano i grilli e le rane, il verso stereotipato di un gufo e qualche russo di contadino stanco che dormiva col balcone aperto per trovare refrigerio. Nessun altro rumore. Anche i miei passi si spegnevano nella sordina delle scarpe di corda che calzavo quella notte.
Ero stato attento a seguire le lancette dell’orologio perché dovevo essere puntuale. Dovevo arrivare da Micuzzo qualche minuto prima della mezzanotte, come mi aveva raccomandato. Così, prima di arrivare a Largo La Croce, svoltai a sinistra che mancavano pochi minuti alla mezzanotte. Passai per casa Populana, svoltai ancora a sinistra e mi ritrovai davanti a Micuzzo seduto sulla soglia della porta di casa sua che guardava davanti a sé e in alto: verso il cimitero.
Quella di Micuzzo era l’ultima casa del paese, proprio l’ultima. Da lì, e verso il cimitero, un viottolo appena percorribile da una sola persona, scolpito nella creta friabile.
“Sedetevi qui accanto a me e state in silenzio! A mezzanotte guardate verso quell’angolo di muro”
Mi chiedevo come avrebbe fatto Micuzzo a sapere quando sarebbe arrivata la mezzanotte. Io guardai il quadrante del mio orologio e sul suo biancore intuii la posizione delle lancette che segnavano mancare pochissimo all’appuntamento e, prima di tuffarmi nel mio scetticismo, vidi Micuzzo alzarsi di scatto e inscenare una danza sgangherata battendosi le cosce col palmo delle mani. “La piolella, la piolella! Ecco la piolella” e puntava l’indice verso il cimitero.
Guardai quindi anche io verso su, verso l’angolo di muro che mi aveva indicato.
Vi vidi posato un uccello che, credo alla mezzanotte in punto, intonò il suo tristissimo canto. Era la piolella!
Ebbi la sensazione che tutto intorno a me e Micuzzo si fosse fermato: il silenzio sarebbe stato perfetto se fosse mancato anche il canto della piolella. Tutto tacque immobile immerso nella serena quiete di una notte di luna piena.
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Tutto finì velocemente lasciandomi dentro una infinita malinconia e una serena nostalgia. Micuzzo si ricompose e, in preda ad un pianto sconsolato, si risedette sul monolito della soglia di casa. Io mi sedetti accanto evitando di parlare per non interrompere il suo pianto che aveva bisogno di estinguersi in modo naturale, pensai. Bisognava solo aspettare ed io aspettai rispettoso.
Quando finì di piangere, ripose nella tasca quello che doveva essere un fazzoletto, mi diede una benevola spallata e, “avete visto?” disse, “ la piolella è venuta e sapeva che c’eravate anche voi. Non è poi tanto aggraziata quando canta…però canta, e tutte le volte che lo fa mi dice tantissime cose. Io solo conosco quel linguaggio e, quindi, io solo posso capirla. La cosa straordinaria è che intuitivamente comprendo, ma poi non so tradurre nel nostro linguaggio. Per cui le cose che mi dice rimangono dentro di me, per sempre!”
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Ci fu un lungo silenzio. Tutto intorno la natura si risvegliò e, come per incanto la valle fu nuovamente invasa dai trilli e dai gracidii.
Micuzzo, dopo i singulti del pianto, ristette immobile con le palme delle mani sulle cosce, meditabondo.
Gli stavo accanto in rigoroso silenzio aspettando che fosse lui a riprendere il bandolo del nostro discorrere a proposito della piolella. Io mi resi conto che avevo assistito ad un evento straordinario, ma non ne capivo il senso; avevo bisogno della traduzione di Micuzzo perché me ne rendessi pienamente conto.
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“Ora vi trasmetto il segreto della mia vita che forse sarà anche il segreto della vostra, che forse è il segreto della vita di pochi.
Si era sotto Pasqua che, quell’anno, cadeva nel mese di Aprile. La primavera era già arrivata vestita dei suoi colori. Una mattina, era venerdì santo, giunse da me un giovane sulla trentina. Aveva i capelli rossicci e lunghi fino alle spalle e una barbetta apparentemente non curata che dava nobiltà al suo viso. Non annunciato, e forse nemmeno gradito, detto tra me e voi, mi si piantò davanti mentre ero seduto qui come ora e, con fare che tradiva una certa fretta, mi invitò in modo perentorio ad alzarmi ed a seguirlo. Così feci mentre lui imboccava il viottolo che vedete qui davanti e che è una scorciatoia per arrivare al cimitero. Mi accorsi che il suo passo, a mano a mano che si andava su, si faceva più lento e più pesante e che a stento stava in piedi. Allora, con grande fatica, data la ristrettezza del tratturo, mi accostai di fianco, misi il suo braccio intorno al mio collo e ne strinsi la mano che pendeva dalla mia spalla, lo cinsi con l’altro mio braccio e a fatica incedemmo verso il cimitero. Facemmo poca strada così e, quando la stanchezza mi vinse, adagiai pian piano il mio ospite sul ciglio della strada e mi sedetti per riprendere fiato. Fu così che ebbi modo di guardarlo con attenzione per capire chi fosse lo sconosciuto che non avevo mai invitato: era senza dubbio di una bellezza non comune ma, più che questo, colpiva il colore cinereo delle sue fattezze e gli occhi rivoltati verso l’alto con la sclera bianca come di persona che di li a poco dovesse morire. Io non ho paura dei morti ma mi fa terribilmente male vedere soffrire e nel volto di quel giovane era disegnata la sofferenza della imminenza della morte.
La fermata lo ristorò perché, anche se grondante di sudore, mi fece segno col capo che dovevamo continuare. Lo aiutai a risollevarsi e mi disposi a dargli il mio aiuto come nella prima parte del percorso. Ebbi subito l’impressione che fosse più pesante perché le sue gambe cominciavano a reggere male il peso del corpo. La mia fatica si era almeno raddoppiata ed, essendo la strada in salita, lo sforzo era tantissimo. Credevo che mai sarei riuscito a condurlo fino in cima: al cimitero.
In fondo, mancavano, si e no, un centinaio di metri alla meta, ma la mia sensazione era che non sarei mai riuscito nell’impresa. Angoscia e disperazione si impadronirono di me. Sentivo che mi mancavano le forze: non era facile trascinare il peso di un uomo che si tiene a mala pena in piedi. Eppure, l’uomo dà il meglio di sé nelle situazioni disperate. Per ben undici volte fui costretto a fermarmi ed adagiare il corpo di quel giovane sull’acciottolato. Ma alla fine…eravamo in cima! Era fatta! Era l’undicesima tappa, quella.
Con lui disteso per terra e con la testa sulle mie gambe, feci una lunghissima pausa per recuperare le forze e intanto la mia mano, non comandata, si avvicinò al suo splendido volto per accarezzarlo. Il sudore, ora, era di una quantità talmente grande che tutto ciò che lo ricopriva ne era madido. Sapevo che era pronto a morire e mi lasciai andare ad un pianto silenzioso e disperato come se l’ avessi conosciuta da sempre quella creatura, come se tra me e lei vi fossero delle affinità che io potevo solo sentire dentro, ma non verificare.
Ad un certo punto avvertii che egli mi stava parlando! Lo guardai bene e dal movimento delle labbra, più che dal suono della voce, dedussi che mi faceva una richiesta: “all’ossario, ti prego, ho poco tempo!” Non avevo più tempo per cedere al pianto. Dovevo esaudire il suo desiderio, dovevo condurlo all’ossario comune.
Vi si giunge attraverso una scaletta di pochi gradini alla fine dei quali v’è uno spiazzo coperto di piccole dimensioni e in fondo al quale, poi, v’è la porta dell’ossario. “Qui – mi disse, indicandomi la parete di fronte alla scaletta con lo sguardo – qui! stendimi qui, è la dodicesima tappa, questa!”
Faceva freddo, ora. Il sole si avviava deciso verso serro Giubileo ed al tepore del mezzogiorno subentrava il freddo cattivo degli ultimi sprazzi dell’inverno che rubava i primi giorni della primavera. Con sterpaglie e gerani confezionai un appoggio per la sua testa e, quando il giovane si compose in posa di morte, gli presi la mano e gliela strinsi tra le mie. Quella mano non gliela liberai più: la tenni sempre stretta ad una delle mie.
Mentre il sole calava per inabissarsi dietro serro Giubileo, un raggio di luce penetrò timido giù per la scaletta dell’ossario ed illuminò il volto del giovane. Egli si sentì come toccato e, con dolcezza infinita si voltò verso quella fonte di luce e, in una lingua che io non conosco, disse qualcosa, rivolto al sole pietoso, che non compresi ma che tradiva una dimestichezza antica; quella dimestichezza che solo un figlio può avere con un padre. A me disse poi quasi impercettibilmente: “ nelle notti di luna piena io tornerò da te… la piolella verrà da te”.
Quando il sole si abbassò all’orizzonte fino a lasciare nella penombra l’abitacolo, in quel piccolo ambito accadde qualcosa di straordinario che provo a descrivervi: al centro esatto di quel luogo angusto, sospesa a mezz’aria, comparve una luce di una brillantezza infinita; era piccolissima, quasi puntiforme. Tuttavia inondava di luce abbagliante tutto quel luogo. Mi volsi verso il giovane, allora, più per proteggermi gli occhi che per dedicargli attenzione: ebbi l’impressione che egli fosse già morto. Ma, a dispetto della nuova condizione che si dice evocare l’orrendo, egli era diventato di una bellezza indescrivibile.
La luce sospesa ora diventava più accettabile per gli occhi e, col passare dei minuti, diventava sempre più grande; alla fine inondò tutto quanto quel luogo e, quando arrivò alle sue pareti, esse si inarcuarono e si dilatarono verso l’esterno allontanandosi considerevolmente fino a contenere un altro mondo. Anche il pavimento partecipò alla metamorfosi.
Mano mano che la luce si affievoliva un paesaggio indescrivibile, prima evanescente e poi sempre più nitido, si materializzò all’interno di quello spazio. Ho il desiderio di parlarvene, di descrivere i colori, di dirvi quanto fosse desiderabile e come abbia innescato in me la nostalgia di quel presente nei momenti stessi in cui vivevo quella esperienza. Dovrei trovare le parole,però! O forse dovrei inventarmi un nuovo vocabolario! Ero lì vicino a quel paesaggio, ma non ero dentro. Bastava poco, pochissimo, forse un passo o un salto e sarei stato di là. Io volevo ardentemente entrarvi. Tentai in tutti i modi di farlo. Mi sono spinto con tutte le forze in avanti per penetrarvi, ma era come se vi fosse un diaframma inevidenziabile, invisibile e tenacissimo tra questo e quell’altro mondo, efficacissimo a rendere vano ogni mio tentativo di passare di là.
E mentre ero tutto preso dal desiderio di migrare verso quella meravigliosa visione, sentii sciogliersi la presa della mia mano con quella del giovane che, con ogni evidenza, stava scivolando inesorabilmente dentro quel mondo; e man mano che vi entrava riprendeva il suo aspetto di uomo sulla trentina bello ed aitante.
Quando fu di là mi disse qualcosa. Non mi giunse la voce, ma capii lo stesso: “ ricordati della piolella, nelle notti di luna piena!”
Quando egli fu dall’altra parte successe che tutto quello che io vedevo prima con dovizia di particolari cominciò a sfocarsi e a dissolversi sino a non distinguervi più nulla: le pareti tornarono al loro posto e, ora, contenevano una sfera di infiniti colori che pian piano perdevano la loro brillantezza. La sfera, poi, cominciò a rattrappirsi sino a ridiventare un punto luminosissimo a mezz’aria ed al centro della stanza. Quindi con uno scintillio, che metteva a dura prova gli occhi, si dissolse così come era comparsa.
Io rimasi a lungo accovacciato accanto a quello che era stato un giaciglio. Piansi, piansi tanto. E, poi, mi entrò una grande pace nell’anima ed ebbi certezze come mai avevo avuto. In un momento, in un solo momento capii quale era il senso della mia vita e da quel momento la vissi secondo quelle certezze. Vissi per vivere, per garantirmi questo passaggio. E vissi in punta di piedi e, per di più, scalzi per non turbare la vita degli altri; vissi senza desideri per non sentire il dolore dell’anima; vissi in solitudine per non disperdere le certezze che coltivavo. Vissi, insomma, scivolando sul tempo, in serena attesa dell’ultimo appuntamento della mia vita, dopo il quale anche io sarei entrato nel mondo di ineffabile bellezza che avevo visto nella circostanza che vi ho raccontato.
Sento che si approssima il tempo della mia morte ed è per questo che vi ho chiamato per affidarvi la mia eredità.
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Mico Tigna morì il giorno dopo.

Natalino Foti